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L’Istituto di Ponti: architettura e leggerezza

Secondo Ponti il volume non fa l’architettura: essa è determinata piuttosto dalla superficie, dalle facciate percorse da vuoti e piani che si articolano come incollati a una struttura provvisoria. Ma come può un corpo solido essere leggero? Fino a che punto possiamo limarne la forma per smaterializzarlo, lasciandone intatte le caratteristiche funzionali?

Tutta la storia progettuale di Gio Ponti è tesa verso la ricerca di una smaterializzazione e di un alleggerimento, tanto in architettura quanto nell’arredo. L’architettura è un cristallo, diceva. Egli cerca di scarnificare la materia fino ai limiti della statica, insistendo su un concetto di leggerezza da ottenersi per mezzo di illusioni visive: veri e propri stratagemmi ottici, come le terminazioni smussate delle superfici, i profili affilati o romboidali, la luce filtrata che sospende i piani. Piani che alleggerisce distaccandoli visualmente l’uno dall’altro, oppure illuminandoli da dietro, e che rende così volanti, le forme smerigliate e levigate. Risultato? Dimensioni magiche, incorrotte, assolute.

Al principio dell’alleggerimento, Ponti unisce quello dell’organizzazione, ovvero del comporre una definita superficie, affinata e assottigliata fino a renderla trasparente, tramite l’uso di ripiani geometrici. Per togliere peso visuale l’architetto inserisce nei suoi progetti la finestra arredata, di cui troviamo un esempio nel foyer dell’Istituto. Ponti annulla la fisicità stessa della parete rendendola di vetro, con finestre che ne ripercorrono l’intera superficie, e vi applica in seguito una struttura geometrica, con il risultato che l’esterno viene percepito in controluce.

La finestra è una trasparenza. Dalle finestre «traspare». Nell’Architettura d’oggi si deve veder dentro, dal di fuori. Spazialità. Ma qui il discorso cambia. Ad un certo momento la finestra scompare, diventa una parete tutta di vetro (la paroi-fenêtre: dice Lods, attaccata alla struttura. Chiusura. Si arriva al limite nel padiglione di Philip Johnson nel New Canaan. La finestra è scomparsa. Una parete di vetro.
Quando la nostra Architettura si riduce, forzatamente, alle facciate, non architettiamo, impaginiamo le finestre nella facciata: facciamo dei Mondrian coi cristalli. Asnago e Vender impaginano bellissime facciate, architettano una superficie, facendo dell’arte alla architettura dalla impaginazione. grafica: non per nulla Persico venne
E le finestre arredate? sono la mia passione.
– Gio Ponti1


Finestra arredata

Proprio mentre lavora alla progettazione dell’Istituto, Gio Ponti incomincia a definire il valore della luce in quanto artificio che potenzia l’illusorietà delle architetture, che da corpi solidi passano a essere sottili lame di luce. Ecco quindi che le pareti delle facciate, quando sono illuminate dall’esterno, sembrano galleggiare nel vuoto. Ecco che i soffitti, come quello dell’Auditorium, si fanno ‘luminosi’ e intagliati di luce riflessa. Ecco che i mobili diventano autoilluminanti, come nel caso dei cruscotti attrezzati, vetrinette e composizioni a parete (ad esempio nell’atrio dell’Istituto, il cruscotto-parete attrezzata presenta oltre a mensole e portariviste, anche un punto luce). Ecco che le lampade tradizionali si trasformano in piccole opere d’arte: forme libere di luce filtrata attraverso ombre e sagome astratte. Si tratta, nello specifico, dei quadri luminosi in ottone nell’atrio dell’Istituto, che sono un progetto unico di Ponti ancora in produzione oggi per il mercato degli appassionati.

La tensione alla smaterializzazione e alla leggerezza, presente in tutte le opere di Gio Ponti dagli anni ’50 in avanti, si ritrova anche negli arredi dell’Istituto, che l’architetto ha peraltro disegnato appositamente per la nuova sede della cultura italiana (clicca qui per visualizzare l’archivio). L’architetto lavora sulla semplicità, la sorpresa, la proporzione moderata, l’imprevedibilità, l’asimmetria, il richiamo alla classicità. Una classicità che Ponti ha sempre visto abitata e mai metafisica, mediterraneamente popolata da accenti di colore, tende, piante, accessori. Mobili e decori, oggetti e architettura si integrano in un unico, compatto quadro ambientale.

Ponti è uno degli interpreti principali del positivismo industriale degli anni ’50, di cui si fa portavoce anche tramite la rivista Domus. Ne è testimonianza anche la promozione, in prima persona, di progetti particolari, come nel caso del mobilio per l’Istituto di Cultura a Stoccolma. Per l’architetto era questa una vera e propria vetrina delle risorse stilistiche nazionali in territorio scandinavo.

Nella corrispondenza con i figli di Cassina, nome centrale nel panorama del design italiano, si legge la richiesta di Ponti di dimostrare collaborazione e applicare un “ottimo” prezzo per la fornitura delle centinaia tra sedie, poltroncine imbottite, poltrone e divani realizzati su disegno esclusivo per l’Istituto Italiano di Cultura.

Valorizzare i vuoti, liquefare supporti e mensole, assottigliare gambe di sedie e tavoli, poltrone e armadi: è il pensiero fisso di Ponti. Gli arredi vengono progettati ‘levando materia’, rendendo il più sottili possibile i telai, con l’emblematica sezione triangolare traslata dalla statica ingegneristica. Oppure facendoli ‘lievitare’, con cassettoni, mensole, testiere di letto e cruscotti attrezzati che misteriosamente galleggiano nella superficie delle pareti.

I cruscotti
A partire dal biennio 1948-49, Ponti introduce le pareti ‘organizzate’ e le scrivanie con ‘parete-cruscotto’. Nelle residenze private l’architetto elabora, inoltre, l’idea della ‘testiera-cruscotto’ per il letto, ovvero un pannello a parete che raccoglie le attrezzature utili a chi sta a letto, dai ripiani per libri e il telefono, ai comandi delle luci, fino alla radio e agli accendisigari incassati. Nasce in seguito il concetto di ‘pannello-cruscotto’ per la scrivania, attrezzatissimo, così che possa essere un tavolo sgombro e leggero, spazioso e ordinato. In Istituto troviamo un esempio splendido nella composizione scrivania-cruscotto portariviste nella Sala Rossetti. Questo pezzo è del tutto simile ai mobili presentati da Altamira, l’impresa newyorkese che introdusse in USA nel 1953 la Linea Italiana di Gio Ponti. Spicca, nel foyer, anche la parete attrezzata retroilluminata, che ospita oggi i libri di Cartaditalia, la collana con cui dal 2010 l’Istituto pubblica in traduzione svedese classici della letteratura italiana e titoli meno noti.


Parete attrezzata retroilluminata e multifunzionale, in formica, legno, ottone e vetro, 1957. Progetto già esposto alla XI Triennale di Milano nella casa unifamiliare di serie.

Colonne e oblò
Entrando in Istituto si viene salutati da due elementi classici presenti nel linguaggio pontiano sin dagli anni ’30: le colonne cilindriche e gli oblò. Questi segni geometrici e assoluti, quasi metafisici, sono parte della ricerca continua di forme archetipiche ed essenziali. Forme originarie che la nostra mente è in grado di leggere con facilità, senza sforzo alcuno.

La scala

La scala più bella è quella librata. Una rampa appoggiata al suolo e all’arrivo, come un ponte inclinato. È la scala più emozionante: vola: è un salto.
– Gio Ponti2

Un altro elemento principe per Ponti accoglie il visitatore che varca la soglia della porta d’ingresso: la scala. Ponti gioca con le scale, dice di volerle sentire ‘suonare’: sono luoghi scenografici, popolati di passi che scendono fragorosi o salgono ritmati e leggeri. Una musicalità che si realizza solo grazie al movimento di chi la percorre e, come nella scala in Istituto, vibra nell’alternanza dei gradini ocra sul marmo bianco.


La scala, accessibile dall’ingresso, conduce alle aule e agli uffici dell’IIC e dell’ENIT

La Sala Rossetti
Negli anni 1962-63, l’atrio inizialmente concepito da Ponti viene ampliato, su disegno di Ferruccio Rossetti, con l’aggiunta di una saletta per ricevimenti, da allora denominata Rossetti, e di una sala seminterrata per le mostre. Nella Sala Rossetti troviamo rappresentati alla perfezione i canoni dello stile pontiano, con un equilibrio misurato di volumi, colori e proporzioni in gioco di controluce con la grande finestra asimmetrica.
Panoramica della sala per i ricevimenti

L’Auditorium
L’Auditorium è un vero gioiello dell’architettura moderna. Un volume puramente costruito tramite la luce, che si irradia dalla struttura stessa portante. Dal boccascena contenuto, in legno e tendaggi, lo spazio della platea si spalanca in un maestoso gioco a diamante, con pannelli romboidali a luce riflessa ancorati ai tiranti del tetto. La copertura è frutto di un progetto del celebre ingegnere Pier Luigi Nervi.


Auditorium P.L. Nervi

Le aule e la foresteria
Nelle aule e nella foresteria si trovano memorie degli spazi scolastici e domestici della tradizione italiana, quell’ordine sereno e semplice degli ambienti che sono sia funzionali che di conforto, ora inondati di luce nordica. Qui troviamo la classica cattedra e il banco, la sedia solida e leggera; le camere arredate con il gusto che Ponti applicava nelle residenze private, anche se moderato in una discreta, temperata eleganza senza sfarzo.

Approfondimenti
  • Il testo è di Patrizia Coggiola e Marco Baruzzo.
    Le foto sono di Luciano Romano.

    Le citazioni sono tratte da Gio Ponti, Amate l'architettura. L'architettura è un cristallo (Rizzoli: Milano, 2015). Il volume è consultabile presso l'Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma.
    1 cfr. p.140

    2 cfr. p.132

    Per saperne di più sulla storia, l'architettura e il design dell'IIC si consiglia di consultare il volume Enchanting Architecture, in vendita presso l'Istituto e online a questo link.