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Mostra fotografica “War Anatomy” di Alex Majoli

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L’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma ospita, dall’8 maggio al 30 novembre, la mostra fotografica War anatomy di Alex Majoli.

Si tratta di un progetto espositivo originale, pensato appositamente per gli spazi del nostro Istituto, che presenta per la prima volta in forma di esibizione il reportage sull’invasione russa realizzato da Majoli nel corso della primavera 2022 per la rivista Vanity Fair.

La mostra è divisa in due sezioni. Sulle pareti laterali, è disposta una sequenza serrata di fotografie di piccolo formato che ritraggono gli addii alla stazione di Odessa tra padri e figli, mogli e mariti, costretti a separarsi. La sequenza è interrotta da ingrandimenti di primi piani e dettagli di grande impatto emotivo.

Sulle due pareti centrali, sono affisse dodici fotografie di grande formato che ritraggono diversi momenti della guerra.

La mostra è visitabile negli orari di apertura dell’Istituto, lunedì-giovedì 9:30-13 e 14-16.30, e venerdì 9.30-13.

Così Alex Majoli descrive ciò che lo ha guidato nell’elaborazione di questo progetto:

Alle 18 a Odessa tutti i treni lasciano la città. Le banchine si riempiono di lacrime quando le famiglie devono separarsi, con gli uomini da un lato della banchina dietro la barriera e le donne e i bambini dall’altro lato. Un padre appoggia la mano sul finestrino, mentre dall’altra parte c’è suo figlio di 13 anni che non riesce a smettere di piangere. Il padre trattiene le lacrime, incapace di mostrarsi implacabile nella decisione di lasciare il suo unico figlio nelle mani di due estranei, due donne che prendono lo stesso treno. Io piango e il mio traduttore Maxim piange.
È una scena che trascende i confini del teatro; è la cruda realtà della guerra. Noi, fotografi e soggetti, ci troviamo sullo stesso palcoscenico, ognuno con le proprie famiglie al seguito, a testimoniare il loro dolore. L’agonia della separazione, l’addio straziante, le emozioni crude del dolore, della paura e dell’incertezza: questi momenti lasciano un segno indelebile nelle nostre anime e modellano la nostra percezione della guerra.
Come fotografo, sono costretto a catturare questi momenti, a documentare l’esperienza umana in mezzo al caos e alla devastazione della guerra. Ciò solleva in me profonde domande: perché scelgo di fotografare un soggetto piuttosto che un altro? Perché vedo il mio riflesso nella vita di un’altra persona? È una ricerca di comprensione, un tentativo di dare un senso all’insensatezza?
L’anatomia della guerra va oltre le ferite fisiche e le vittime. Richiede un’attenta decostruzione, un’analisi della malattia che affligge l’umanità e la ricerca della guarigione. Richiede di svelare le complessità del dolore, le emozioni crude e non filtrate che affiorano in tempo di guerra, compresa la paura in tutte le sue forme. Si tratta delle maschere del pianto, dell’addio, di un forte silenzio – le espressioni della sofferenza umana che rivelano la vera natura della guerra.
Questa mostra testimonia il dialogo continuo che ho con la realtà e la sua rappresentazione. È un estratto di una conversazione a lungo termine con la realtà, dove tutto ciò che vediamo accade davvero, un frammento di realtà. Ma di quale eccesso abbiamo bisogno per capire noi stessi?

Alex Majoli (Ravenna, Italia, 1971) ha studiato la fotografia all’Art Institute di Ravenna cominciando a lavorare come fotoreporter con un servizio sulla chiusura dell’asilo mentale dell’isola di Leros in Grecia. Il lavoro di Majoli come fotogiornalista gli ha portato a creare il progetto “Scene”, tutt’ora in corso, che esplora l’idea secondo la quale la fotografia in quanto gesto produce di per sé una teatralizzazione della realtà che raffigura. Le sue foto sono esposte nelle principali gallerie del mondo. Majoli ha inoltre vinto numerosi premi tra cui la Guggenheim fellowship, l’Infinity Award, Getty, il Photographer of the year NPPA, il Feature Photography Award OPC. È un fotografo di Magnum Photo dal 1996 di cui è stato presidente tra il 2011 e il 2014.

Le foto dell’allestimento della mostra sono di Federico Tabanelli.