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Chiarantena - Il racconto quotidiano della quarantena di un'italiana a Parigi di Chiara Indelicato

Data:

25/03/2020


Chiarantena - Il racconto quotidiano della quarantena di un'italiana a Parigi di Chiara Indelicato

Ovunque vi troviate nel mondo in questo momento storico, esiste una parola, un concetto, che unisce tutti noi: isolamento.

Ovunque vi troviate nel mondo, questa parola, questo concetto, fanno di tutti noi una comunità.

Questo il valore che vorremmo celebrare per la nostra rubrica "Valori in corso", attraverso il racconto di un’italiana a Parigi, Chiara Indelicato. Un racconto a puntate costituito da parole e foto, per sentirci un po’ meno soli e parte di qualcosa più grande, attraverso la condivisione di un momento storico.

Così si descrive Chiara: "Un’italiana a Parigi, i miei 42m² sono parte integrante di un altro paese, il mio. Uso gli spicchi di sole e quello di aglio, la menta alla finestra e tutti i miei viaggi che diventano poesie. Dipingo il muro con le fotografie che si trasformano in frammenti di sogni soleggiati".

 

*

 

Chiarantena - Il racconto quotidiano della quarantena di un'italiana a Parigi
di Chiara Indelicato

 

GIORNO 1

 

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L’ultimo giorno di libertà anche le strade erano più libere.

Ho camminato per ore ed ore, ho percorso 22 km, sono arrivata all’altro capo di Parigi.

Sono arrivata in Cina, ho fatto la turista, mi sono divertita a cambiare marciapiede per avere il sole e gli occhi in lacrime, lacrime di sole. 

Ho visto le magnolie in fiore e la pace di chi lavora sotto gli alberi sperando che nevichino petali.

Ho visto tutto rosa. 

La libertà è sempre esistita, anche prima di aver temporaneamente perso quella di spostarsi.

 

 

Giorno 2

 

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Quindi insieme al sole è arrivata anche la calma. Sono arrivati i negozi chiusi. La città si è trasformata in una Parigi che si vede soltanto la domenica mattina prima delle 11.
Perché si sa, Parigi si sveglia lentamente.

 

 

Giorno 3

 

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Ho deciso che la mia casa è un castello, un castello di 42m2, chissà se poi sono tutti calpestabili o meno, ma quello è scritto sul mio contratto. Ho riorganizzato gli spazi, ho trovato la mia finestra preferita.
E la giornata riesce a passare cullata dalle nuvole.

 

 

Giorno 4 

 

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Nella mia casa si ascolta la musica per non avere sempre e solo il rumore dei passi che risuonano della gente che corre, che corre senza sosta, scoprendo solo ora che le palestre non sono poi tutta questa benedizione.
Si corre per non pensare, si corre per non stare soli.
Si vengono a tirare sassolini, come messaggi su whatsapp, alla finestra degli amici, per vedersi da due piani di distanza.

 

 

Giorno 5

 

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A me piace correre, penso che però adesso sia meglio fare yoga, fare il gatto sul tappetino e aspettare che il sole arrivi in cucina in tempo per il primo caffè e per spremersi un pompelmo colorato come l’estate e guardare le ombre che si allungano. In tempo per giocare.

Iniziano a non bastarmi più le ombre ed allora mi sono arrampico sul piano della cucina proprio lì al posto del pompelmo che per magia è diventato colazione e rimango a lì a leggere il tempo di bere una moka da quattro.

 

 

Giorno 6

 

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Sono figlia unica ed ho imparato a giocare da sola molto presto.
Chissà forse anche loro sono figlii unici, chissà. Non lo saprò mai perché ho come la sensazione che non si possa urlare e rompere il silenzio che aleggia come lo smog sul Canal Saint Martin.

Una papera nuota felicemente nel cielo blu, rompendo le linee dei palazzi. La seguo per un po’ finché non mi fa capire che non vuole essere fotografata. Così la lascio uscire dall’obiettivo.

 

 

Giorno 7

 

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Il mio castello è un’isola italiana in territorio francese. Lo si evince dagli ingredienti, diventa più chiaro con i pasti, ed i tempi di preparazione lo sottolineano.
Infilo tutto il mar mediterraneo dentro due zucchine. Mangio con un libro.
Mi sento al mare.
Mi sento amare.

Le zucchine ed i miei pensieri mi hanno fatto venire in mente di ascoltare Paracetamolo di Calcutta e aspetto il verso che mi fa ridere e che mi fa pensare alla prima volta che ho ascoltato la canzone, in partenza per un isola.
E allora ho riso in isolamento.
Ho riso da sola, ma chi se ne frega. 

 

 

Giorno 8

 

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Due.
Due settimane e non conto.
Non conto più, basta, è completamente inutile.

Non conto più i giorni chiusa a casa visto che ho sempre le finestre aperte ed il sole che entra senza chiedere permesso.
I gatti non contano le ore ed i giorni e la mia finestra preferita sta iniziando a darmi soddisfazione.

Mi affaccio sul palazzo assolato sul quale si disegnano le ombre del mio. Mi diverto a guardare i miei dirimpettai che come girasoli escono come e dove possono. Li vedo placidi come gatti al sole. Indisturbabili, anche se questa parola in realtà non esiste.

 

 

Giorno 9

 

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Io non conto questi giorni che si accavallano come le onde del mare e che vanno a srotolarsi sempre sulla stessa spiaggia, quella della cucina e quella del soggiorno, quella del divano e quella del tavolo apparecchiato per tutte le necessità.

In queste giornate che si consumano così, come un fiammifero che si spegne, è cambiata l’ora. Ha fatto tutto da sola, senza dirci niente. Io non conto, però le giornate si allungano di 20 cm senza che io riesca a vedere un tramonto. Così mi trovo a scrivere sul mio quaderno celeste giù in cortile con il cielo che si carica di blu ogni giorno di più. Con il cielo che resta incastonato, come la gemma più preziosa, fra queste quattro mura.
Chi l’avrebbe detto che uno spazio cementato e recintato sarebbe diventata la libertà.

 

 

Giorno 10

 

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Forse al sognare di uscire preferisco sognare a casa perché nelle rare uscite, se le strade mi mettono tristezza, i cancelli chiusi dei giardini mi fanno venire l’acquolina in bocca, mi fanno tornare piccola. Mi fanno sentire una bambina che non arriva allo scaffale dei biscotti.

Mi fanno venire voglia di scavalcare per andare a raccogliere le margherite e rubare ad un albero un rametto carico di petali setosi per metterlo a seccare nel mio quaderno.

Gli alberi in fiore mi confortano e mi ricordano che tutto sta andando come deve andare. Il sole ritorna, il cielo resta blu e gli alberi diventano rosa, o bianchi o un misto dei due.

E se per caso qualche albero è cresciuto fuori da un recinto, allora mi fermo e lo guardo da sotto mi tuffo nel profumo ad occhi chiusi.

Mi allontano dall'albero e mi giro per caso un’ultima volta
Mi giro e qualcuno mi sorride, qualcuno che come una chiocciola si porta dietro tutta la sua casa. Allora gli sorrido lui mi fa cenno di scattare, resta lì sorridente.
L’unico sorriso vivo in settimane.

 

 

Giorno 11

 

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Non conto i giorni ma guardo affacciandomi alla finestra e penso e vaneggio fra la pianta di rosmarino e quella di menta, che come me sono sopravvissute ad un inverno bianco sfumato di grigio. Non conto ma guardo le stelle.

Sono andate via tante finestre accese e ma sono tornate le stelle. Che cosa surreale vedere le stelle a Parigi e con il freddo della sera richiudo la finestra.
Ma come è possibile vedere la luna e perfino le stelle, se da giorni non vedo il sole andarsene da giorni?

Perché i tramonti, quelli sì che mi mancano.
Mi immagino questo sole che scende, se chiudo gli occhi me lo immagino al mare e poi so solo i colori si sprigionano, le forme diventano ombre, l’arancione arriva, poi il rosso, il viola fino al nero, e poi la notte arriva fino a domani.

E allora conto.
Conto i tramonti che non ho visto e allora mi struggo e maledico il momento in cui me ne sono resa conto. E cerco tutti i colori che mi mancano nel cielo, nel frigorifero.

Ma c’è un pensiero che mi tormenta. Se il sole non tramonta mai nelle mie giornate ma la luna arriva comunque, non è che forse tutto questo è solo un inquietantissimo sogno dove tutto è possibile?

 

 

Giorno 12

 

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Il sonno di questa notte fa fatica a scivolare via dai miei occhi.

Resto appoggiata al piano della cucina in attesa che un raggio di sole venga a stendersi proprio lì.
Ed io con lui.
La vista sul cortile è un po’ come la vista in spiaggia, per cambiare soggetto si deve cambiare posizione. Ha lo stesso riquadro della macchina fotografica, un bel rettangolo verticale, è una foto nella foto.
Il mio voyeurismo si esalta. Il sole fa svegliare i miei occhi.
Se non vedo il cielo dalla mia finestra è solo perché devo abbassarmi un poco. Ma il cielo è lì.

Il vento attraversa la mia casa correndo, trovando una scorciatoia per arrivare da un lato all'altro.
Io mi sento in barca con il vento che mi fa ballare i capelli.
Le tende volano e si tingono di oro e di bronzo.

La mia vestaglia svolazza con le tende. Aspetta, mi sembra di sentire l’odore del mare. Lascio che le tende volino. Lascio che le mie piante, mangiatrici di aria e di sole, banchettino. Le guardo da lontano per non disturbare.

Se mi abbasso, lì dove c’è il cielo riesco a vedere delle meduse. Mi immergo per poter guardare la superficie da sotto per approfittare di quel loro ondulare naturale e guardare il sole ventimila leghe sotto il mare.

Esco dall'acqua e tocco i sassi caldi della spiaggia per asciugarmi le mani e scaldarmi il cuore.

Ed è un attimo, alzare gli occhi al cielo e vedere le vele spiegate di una nave pirata al largo del terzo piano.

Non scambiate questo mio fantasticare per felicità, si chiama nostalgia.
Forse anche follia.
Perché la danza del refresh macabro delle 18 la ballo anche io, la ballo da sola ed in questo sogno assurdo ed inquietante mi da sollievo il mio rifugio fatto di conchiglie poggiate sui fondali chiarissimi della mia vasca da bagno.

 

 

Giorno 13

 

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La camomilla per rilassare il viso, le fragole per gli occhi e per la pelle.

Le parole di un’amica mi hanno trasportata in cucina. La camomilla l’ho bevuta dopo due tazze di caffè per controbilanciare l’adrenalina di una mattinata di scrittura. Le fragole le ho tagliate.

Sarà stato il cielo molto bianco, oppure il divano troppo chiaro, mi sono adagiata sul mio letto come su prato fiorito, con la testa, morbida, fra i cuscini.
Ho chiuso gli occhi ed ho sentito il profumo della campagna ed il calore del sole sulla schiena.

Mi sono vestita del mio impermeabile rosa e dentro al cappuccio ho continuato a sentire l’odore delle fragole sulla pelle, e quel leggero retrogusto sulla lingua.
Ho attraversato un canale piovoso e mi sono diretta con la bussola cercando tutte le strade che mi portassero al punto
più a nord.

Ho attraversato strade tristi, contornate di ambulanze, ho camminato in mezzo alla strada incontrando poche persone e nessun gatto.

Quando ho trovato il Nord, ho trovato la primavera.
Mi sono ritrovata in un posto che avevo solo intravisto forse due anni fa, magari l’anno scorso. Un misto di dolce e amaro, tutto fiorito, quindi bellissimo.

Il cielo si è aperto di blu.
Ho trovato stradine coperte di fiori viola, alberelli fioriti che mi chiamavano da dietro le ringhiere troppo basse per costringerli. Mi sono avvicinata e li ho presi con me. Mi sono bagnata le mani con la rugiada piovosa.

Ho raccolto tutti i fiori che ho trovato. Mi sono sentita come la me stessa che la domenica raccoglieva i papaveri e le margherite e tutte le erbacce colorate per farne dei mazzetti eccentrici.
Per strada ho raccolto dei sorrisi, pochi, degli sguardi, moltissimi, ed una voce isolata mi ha detto che i miei fiori non sarebbero nemmeno durati fino a casa.

Ma che ne sapete voi dei fiori e della loro vita.
I miei fiori sono arrivati a casa, abbiamo cenato insieme e mi accompagnano a colazione.

Questo è il mio nord, e la mia casa il mio centro. Ecco a cosa serve questo periodo, a non vedere i tramonti per farceli amare di più, poi. A raccogliere fiori di campo ed erbacce per nutrirsi dei loro colori. A rimettersi
al centro della nostra vita con dignità.

 

 

Giorno 14

 

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8 5 8 6 

 

La fine del progetto non coincide con la fine di questa quarantena, né di questa Chiarantena.

Ed io mi sento un po’ come quel fiore che sta sopravvivendo nonostante tutto. Imbottigliata.

Questa vita di riflesso continua. Sì, una vita nostalgica del riflesso del prima, alla ricerca della sua emulazione.

Però questa vita di riflesso è anche un po’ una vita al contrario, dove ormai si sono invertite le parti.

Chi prima veniva scacciato, adesso è l’unico ammesso. Ed io, in questo momento, guardandoli bene, vorrei proprio essere un piccione Parigino. Impavida come loro, ma mai quanto un ratto.

Questa vita di riflesso non si ferma, si moltiplica.

Se ci fermiamo bene, dopo la paura e molto prima dell’incoscienza, se guardiamo veramente bene, intravediamo la ricchezza del poter FARE di nuovo, ancora, diversamente. Si intravede una prospettiva diversa.

Tanto che il sole non è ancora tramontato userò a pieno questa lunghissima giornata trasognata. Mi dedicherò ai libri che non ho mai terminato, ai progetti che amo e che ho lasciato a metà, alle cose che ho sempre preferito non sapere. Troverò i miei sogni.

Tutto il resto può aspettare e per quello che non può aspettare troveremo una volta ogni tanto dei nuovi modi di dare quello che era un bacio enorme alla propria migliore amica.

 

Informazioni

Data: Da Mer 25 Mar 2020 a Mar 7 Apr 2020

Organizzato da : Istituto Italiano di Cultura Stoccolma

Ingresso : Libero


Luogo:

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